IL MONDO NON E' QUALCOSA DI PER SE' CHE IL NOSTRO SGUARDO POSSA COGLIERE O "CAPIRE". - di Andrea Vigna





Il mondo non è qualcosa "di per sè" che il nostro sguardo possa cogliere o "capire", vuoi anche in modo sempre più evoluto rispetto al primo uomo che ha aperto lo sguardo su di lui, bensì è l'opera dello "sguardo" stesso, una sua creazione. Il mondo è un Ente neutro che diventa ciò che la razza umana lo fa diventare, qualsiasi cosa lo faccia "diventare".


Einstein, Eisenberg, Wittgenstein, Chomsky hanno posto il problema della possibilità di comprensione della realtà, della possibilità o meno di accesso alla verità del fenomeno e della possibilità di "descrizione" dell'Ente/mondo (che per loro rimane esistente "di per sè" anche se non coglibile) utilizzando un linguaggio sempre più adeguato e preciso.

Heidegger, al contrario, ha posto molto bene la questione della "creazione" del mondo da parte dell'uomo, "creazione" all'interno di un ordine di senso che rimane assolutamente del tutto interno al genere umano, ma a cui l'Ente/mondo, la Cosa, "risponde" perfettamente adeguandosi in un "sono come tu mi vuoi, divento ciò che vuoi" assoluto.

L'essere umano cerca quindi di capire un mondo - inteso come la totalità complessiva degli Enti e dei fenomeni di qualsiasi natura che lo compongono ("Il mondo è tutto ciò che accade" ci ricorda Wittgenstein nel Tractatus) - che ha appena "creato" lui, nel concetto, nel linguaggio e nella Metafisica della Nominazione, semplicemente "scordandosi" di avere appena fatto tutto ciò.

Ora tracce di tale "dimenticanza" erano ancora presenti bene nel termine greco Aletheia (Verità= A/letheia) nel quale proprio quell'A privativa ricordava che sempre l'Essere si dà come "nascondimento" dell'operazione stessa (ontologica) con la quale si "è" eventuato.

Ma questo è tutt'altro che antropocentrismo, perchè lo sarebbe soltanto nel caso in cui la Nominazione e il linguaggio avessero la possibilità di essere transitivi, potessero cioè entrare in un qualsivoglia rapporto con l'Ente neutro e da lui ottenere una risposta o una reazione "reale", "oggettiva", e quindi coglibile nella sua noumenicità (La cosa in sè kantiana), ma sta di fatto che il linguaggio non possiede alcuna possibilità transitiva con niente, nemmeno con il Nulla.

Per questo anche la risposta a qualsiasi sua domanda rimane interna al meccanismo di formulazione della domanda stessa (anche espressa dal semplice sguardo in una fase pre-linguistica), ergo la risposta è sempre la domanda stessa, mentre l'Ente neutro, di tutto ciò, non ne "sa" niente.

E questo sia che riguardi un quanto o un bosone, mentre diverso è il caso di un essere umano in quanto con lui la nostra essentizzazione metafisica incrocierà immediatamente la sua in un rapporto di interazione significante diretto.

Questo è quindi il motivo per cui la filosofia ha ormai da tempo abbandonato la discussione sui concetti per focalizzarsi sempre di più sulla sola definizione/ridefinizione del suo stesso linguaggio concettuale.

Oggi la speculazione teoretica ha decisamente lasciato il posto all'Ermeneutica e all'Ontologia, soprattutto da quando ci si è resi conto definitivamente che non abbiamo la più pallida idea di cosa intendiamo quando pronunciamo la particella "è", o il verbo essere in qualsiasi sua formulazione.

Per fare un esempio nella frase: "La rosa è rossa" cosa mai significa per una rosa rossa "essere" è?

In tal senso la Filosofia sta attraversando un periodo di profonda onestà come mai in precedenza, per questo vale la pena occuparsene, e tra un po' toccherà anche alla scienza, anche se lì gli interessi in ballo sono molto più estesi.