
Con questo post intendo approfondire alcuni punti relativi alla domanda "cos'è la Filosofia" in quanto rilevo una situazione di forte imprecisione iniziale quando si inizia a trattare di filosofia, di fatto nessuno cerca mai di spiegare con semplicità e chiarezza di cosa si sta parlando.
Troppo sovente, infatti, la Filosofia viene confusa e sovrapposta con la storia del pensiero, con l'enunciazione e l'emancipazione di concetti quali la morale, l'etica, l'estetica, la politica, pricipii più o meno sacri od inviolabili, Principia Mathematica ed epistmologie della "scienza", ecc.
Solo che la Filosofia NON è tutto ciò! E difficilmente si hanno a disposizione sedi appropriate per fare chiarezza su questo punto primario ed essenziale.
La Filosofia è la disciplina del pensiero allo stesso modo in cui la ginnastica è la disciplina del corpo, insegna COME SI FA a pensare e ci prepara a compiere questa operazione con un metodo ed una preparazione specifica, MA NON INSEGNA COSA DOBBIAMO PENSARE, allo stesso modo in cui la ginnastica insegna e prepara ad usare il corpo ma non determina in quale direzione o sport lo si userà.
La Filosofia concerne IL COME MA NON IL COSA, ergo concerne il piano ONTOLOGICO e la sua definizione.
E "piano ontologico" significa occuparsi di cosa si intende con la particella "è", con il verbo "essere" e con lo stesso termine Essere, che vengono continuamente utilizzati per fornire la possibilità stessa ai concetti di esprimersi, al di là di qualsiasi "idea" esprimano poi tali concetti.
Ora qualcuno dovrà ben occuparsi di questa fase "pre-nominale", che ha una funzione così importante e totale nell'economia concettuale, ed è appunto la Filosofia ad occuparsene nella sua specifica accezione ontologica.
In questo senso il Filosofo è un professionista del pensiero, un Esperto, un Maestro, ma NON un produttore di "buone" o "cattive" idee in qualche senso "sociale", etico, morale, od estetico दे
L'Estetica concerne la Poesia ma non la Filosofia, anche se qualche volta alcuni "incontri" possono fare bene ad entrambe, in quanto ad identificazione tra Poiesis e termine "giusto", ovviamente intendendo il concetto di "termine" nella sua accezione più completa di Nome ed al contempo di "luogo" in cui lo stesso darsi dell'Essere "termina".
Fondamentalmente il Filosofo pensa BENE, cioè in modo corretto, QUALUNQUE idea, sia nel bene che nel male, e pensare bene un pensiero significa avere ben chiara la sua genesi e la natura stessa degli elementi che lo compongono, e questo vale in qualsiasi campo ed in qualsiasi applicazione.
Mentre bene e male non sono problemi che concernono la Filosofia, così come l'alienazione o il numero, semplicemente non gli passano neppure vicino.
Tantomeno concetti come salvezza, progresso, giustizia e via dicendo; piacerà o non piacerà ai vari Marx della miseria della filosofia ma la stessa non si occupa di problemi sociali, dell’uomo sopraffatto dal dominio della tecnica, disorientato dalla crisi della ragione, alienato, ecc., la Filosofia ha altri compiti e deve cercare di svolgerli al meglio.
La Filosofia si occupa dei "meccanismi", nominalisti e linguistici, all'interno dei quali si crea e si dà quella "cosa" chiamata pensiero - il Linguaggio è la casa dell'Essere - ma dal momento della loro "formazione" in poi li abbandona ad altri, saranno poi altri ad occuparsene ed a subirne gli effetti utilizzandoli.
Solo che c'è sempre stata molta confusione e sovrapposizione su questo punto, perlomeno fino a Nietzsche, che ha senza dubbio segnato un punto di svolta importante nel modo di intendere la Filosofia, dopodichè Husserl e Heidegger, che ha tentato di completare, senza riuscirci, un progetto fenomenologico iniziato proprio dal suo Maestro Husserl fino a trovarsi costretto dal suo progetto stesso ad operare una svolta totale del suo pensiero - la Kehre - che ha implicato un risalimento/ritorno ai fondamenti primi della Filosofia (ermeneutica) ed ai suoi veri compiti ed obbiettivi.
Approfondire, cioè, per prima cosa il concetto di METAFISICA, sottraendolo a tutte le interpretazioni precedenti per restituirlo al suo significato originario di "costruttore" di realtà, di "generatore" di realtà che si danno nel Logos e nel Nome appunto in modo meta-fisico, cioè non corrispondenti a qualche realtà noumenica "fisica" interna all'ente che il nome ci "rap-presenterebbe" ma come "creatore" di tale realtà/essenza dell'ente.
Da questo momento in poi la filosofia ha preso tutta un'altra direzione, che si può anche paragonare ad un certo "ritorno" ai filosofi presocratici, Parmenide in primis, ma soprattutto ha finalmente chiarito quel suo ruolo che per troppi secoli era stato esautorato per mille convenienze politiche ed incroci con altre discipline.
Sappiamo d'altronde come la Filosofia sia nata "sporca", come qualunque bambino, e quanti secoli abbia impiegato per "lavarsi" e presentarsi fianlmente "pulita" al mondo, scevra di tutte le scorie di cui si era fatta carico e che, di secolo in secolo, hanno trovato la loro collocazione nella varie discipline che a loro concernevano, in parole povere laddove non funzionava più il mago o il prete ci voleva qualcun'altro di "importante" o famoso, il filosofo appunto, che dicesse al popolo cosa dovesse pensare per essere nel "giusto", tant'è che possiamo tranquillamente affermare che il 99 per cento di tutto ciò che è stato considerato filosofia si risolveva in mere OPINIONI.
Ecco perchè oggi possiamo finalmente affermare che tutto ciò che non concerne l'Ontologia in senso stretto, IN PRIMIS l'analisi del verbo Essere e del concetto di ESSERE, o meglio ancora ciò che intendiamo quando pronunciamo la particella "è" non possiamo considerarlo Filosofia a nessun effetto.
Per essere molto chiari, quando diciamo che una rosa "è" rossa, con quell' "è" cosa intendiamo dire?
Questa domanda, e SOLO questa, "è" la Filosofia! perchè fino a quando non risolviamo questo punto è perfettamente inutile continuare qualsiasi altro discorso, sempre fondato e creato su quell'"è" che non sappiamo assolutamente cosa "sia".
Ora la grandezza e l'importanza di Heidegger sono legate non tanto al suo essere indubbiamente grande filosofo ed ermeneuta dell'Essere - soprattutto all'interno del suo progetto di distruzione della storia dell'ontologia a partire dall'inizio della stessa comparsa della filosofia nella storia ( Sein und Zeit) - nè alla profonda analisi dell'Esserci in quanto ente/uomo sede dell'Essere, appunto.
Progetto peraltro ottimo ed essenziale ma che necessitava ancora di una ulteriore riflessione sui presupposti metafisico/ linguistici all'interno dei quali avrebbe dovuto "accadere" tale risalimento/distruzione.
Bensì alla totale svolta, anche fenomenologica, che ha impresso all'ermeneutica del rapporto tra Essere e Linguaggio denunciandone la reciproca appartenenza/fondamento in quella Contrada dell'Essere che si dà come metafisica - ed essa stessa metafisica - determinando, sul piano fenomenologico ben prima che su quello esistenziale, le sorti del rapporto tra le due dimensioni, ontica ed ontologica, nelle quali l'Essere si dà come nascondimento della sua essenza.
Da qui il suo ritorno/svolta alla metafisica ma intesa in altro senso rispetto ai pensatori del passato, che l'avevano sempre posta come antitesi sovrastrutturale di una realtà fisica che si trattava soltanto di fare emergere con un supposto potere "della scienza e della tecnica", bensì in quanto linguaggio fondante i termini stessi nei e con i quali la scienza e la tecnica operano senza alcuna possibilità di "uscita" dall'essenza di questi linguaggi che ne costuiscono e determinano i presupposti e i risultati.
In questo senso Heidegger ha legato definitivamente le sorti della risposta e quelle della domanda all'interno di quel circolo ermeneutico relativistico che, soprattutto oggi nel postmoderno, ha acquisito una impressionante velocità di autoeliminazione in una vorticosa danza di significanti liberi.
Liberi in quanto "storicamente" completi e compiuti, perlomeno all'interno di quella interpretazione della realtà che assegna solo più al simulacro quella possibilità di autenticità ricercata proprio in partenza da una proposta fenomenologica, ma questo è un altro discorso, l'importante rimane il lavoro compiuto da Heidegger sul cammino del linguaggio che resterà per sempre a segnare la svolta più grande che ha compiuto il pensiero umano nel suo lungo e periglioso cammino verso la completa coscienza e conoscenza non tanto del "mondo" quanto di sè stesso.
Troppo sovente, infatti, la Filosofia viene confusa e sovrapposta con la storia del pensiero, con l'enunciazione e l'emancipazione di concetti quali la morale, l'etica, l'estetica, la politica, pricipii più o meno sacri od inviolabili, Principia Mathematica ed epistmologie della "scienza", ecc.
Solo che la Filosofia NON è tutto ciò! E difficilmente si hanno a disposizione sedi appropriate per fare chiarezza su questo punto primario ed essenziale.
La Filosofia è la disciplina del pensiero allo stesso modo in cui la ginnastica è la disciplina del corpo, insegna COME SI FA a pensare e ci prepara a compiere questa operazione con un metodo ed una preparazione specifica, MA NON INSEGNA COSA DOBBIAMO PENSARE, allo stesso modo in cui la ginnastica insegna e prepara ad usare il corpo ma non determina in quale direzione o sport lo si userà.
La Filosofia concerne IL COME MA NON IL COSA, ergo concerne il piano ONTOLOGICO e la sua definizione.
E "piano ontologico" significa occuparsi di cosa si intende con la particella "è", con il verbo "essere" e con lo stesso termine Essere, che vengono continuamente utilizzati per fornire la possibilità stessa ai concetti di esprimersi, al di là di qualsiasi "idea" esprimano poi tali concetti.
Ora qualcuno dovrà ben occuparsi di questa fase "pre-nominale", che ha una funzione così importante e totale nell'economia concettuale, ed è appunto la Filosofia ad occuparsene nella sua specifica accezione ontologica.
In questo senso il Filosofo è un professionista del pensiero, un Esperto, un Maestro, ma NON un produttore di "buone" o "cattive" idee in qualche senso "sociale", etico, morale, od estetico दे
L'Estetica concerne la Poesia ma non la Filosofia, anche se qualche volta alcuni "incontri" possono fare bene ad entrambe, in quanto ad identificazione tra Poiesis e termine "giusto", ovviamente intendendo il concetto di "termine" nella sua accezione più completa di Nome ed al contempo di "luogo" in cui lo stesso darsi dell'Essere "termina".
Fondamentalmente il Filosofo pensa BENE, cioè in modo corretto, QUALUNQUE idea, sia nel bene che nel male, e pensare bene un pensiero significa avere ben chiara la sua genesi e la natura stessa degli elementi che lo compongono, e questo vale in qualsiasi campo ed in qualsiasi applicazione.
Mentre bene e male non sono problemi che concernono la Filosofia, così come l'alienazione o il numero, semplicemente non gli passano neppure vicino.
Tantomeno concetti come salvezza, progresso, giustizia e via dicendo; piacerà o non piacerà ai vari Marx della miseria della filosofia ma la stessa non si occupa di problemi sociali, dell’uomo sopraffatto dal dominio della tecnica, disorientato dalla crisi della ragione, alienato, ecc., la Filosofia ha altri compiti e deve cercare di svolgerli al meglio.
La Filosofia si occupa dei "meccanismi", nominalisti e linguistici, all'interno dei quali si crea e si dà quella "cosa" chiamata pensiero - il Linguaggio è la casa dell'Essere - ma dal momento della loro "formazione" in poi li abbandona ad altri, saranno poi altri ad occuparsene ed a subirne gli effetti utilizzandoli.
Solo che c'è sempre stata molta confusione e sovrapposizione su questo punto, perlomeno fino a Nietzsche, che ha senza dubbio segnato un punto di svolta importante nel modo di intendere la Filosofia, dopodichè Husserl e Heidegger, che ha tentato di completare, senza riuscirci, un progetto fenomenologico iniziato proprio dal suo Maestro Husserl fino a trovarsi costretto dal suo progetto stesso ad operare una svolta totale del suo pensiero - la Kehre - che ha implicato un risalimento/ritorno ai fondamenti primi della Filosofia (ermeneutica) ed ai suoi veri compiti ed obbiettivi.
Approfondire, cioè, per prima cosa il concetto di METAFISICA, sottraendolo a tutte le interpretazioni precedenti per restituirlo al suo significato originario di "costruttore" di realtà, di "generatore" di realtà che si danno nel Logos e nel Nome appunto in modo meta-fisico, cioè non corrispondenti a qualche realtà noumenica "fisica" interna all'ente che il nome ci "rap-presenterebbe" ma come "creatore" di tale realtà/essenza dell'ente.
Da questo momento in poi la filosofia ha preso tutta un'altra direzione, che si può anche paragonare ad un certo "ritorno" ai filosofi presocratici, Parmenide in primis, ma soprattutto ha finalmente chiarito quel suo ruolo che per troppi secoli era stato esautorato per mille convenienze politiche ed incroci con altre discipline.
Sappiamo d'altronde come la Filosofia sia nata "sporca", come qualunque bambino, e quanti secoli abbia impiegato per "lavarsi" e presentarsi fianlmente "pulita" al mondo, scevra di tutte le scorie di cui si era fatta carico e che, di secolo in secolo, hanno trovato la loro collocazione nella varie discipline che a loro concernevano, in parole povere laddove non funzionava più il mago o il prete ci voleva qualcun'altro di "importante" o famoso, il filosofo appunto, che dicesse al popolo cosa dovesse pensare per essere nel "giusto", tant'è che possiamo tranquillamente affermare che il 99 per cento di tutto ciò che è stato considerato filosofia si risolveva in mere OPINIONI.
Ecco perchè oggi possiamo finalmente affermare che tutto ciò che non concerne l'Ontologia in senso stretto, IN PRIMIS l'analisi del verbo Essere e del concetto di ESSERE, o meglio ancora ciò che intendiamo quando pronunciamo la particella "è" non possiamo considerarlo Filosofia a nessun effetto.
Per essere molto chiari, quando diciamo che una rosa "è" rossa, con quell' "è" cosa intendiamo dire?
Questa domanda, e SOLO questa, "è" la Filosofia! perchè fino a quando non risolviamo questo punto è perfettamente inutile continuare qualsiasi altro discorso, sempre fondato e creato su quell'"è" che non sappiamo assolutamente cosa "sia".
Ora la grandezza e l'importanza di Heidegger sono legate non tanto al suo essere indubbiamente grande filosofo ed ermeneuta dell'Essere - soprattutto all'interno del suo progetto di distruzione della storia dell'ontologia a partire dall'inizio della stessa comparsa della filosofia nella storia ( Sein und Zeit) - nè alla profonda analisi dell'Esserci in quanto ente/uomo sede dell'Essere, appunto.
Progetto peraltro ottimo ed essenziale ma che necessitava ancora di una ulteriore riflessione sui presupposti metafisico/ linguistici all'interno dei quali avrebbe dovuto "accadere" tale risalimento/distruzione.
Bensì alla totale svolta, anche fenomenologica, che ha impresso all'ermeneutica del rapporto tra Essere e Linguaggio denunciandone la reciproca appartenenza/fondamento in quella Contrada dell'Essere che si dà come metafisica - ed essa stessa metafisica - determinando, sul piano fenomenologico ben prima che su quello esistenziale, le sorti del rapporto tra le due dimensioni, ontica ed ontologica, nelle quali l'Essere si dà come nascondimento della sua essenza.
Da qui il suo ritorno/svolta alla metafisica ma intesa in altro senso rispetto ai pensatori del passato, che l'avevano sempre posta come antitesi sovrastrutturale di una realtà fisica che si trattava soltanto di fare emergere con un supposto potere "della scienza e della tecnica", bensì in quanto linguaggio fondante i termini stessi nei e con i quali la scienza e la tecnica operano senza alcuna possibilità di "uscita" dall'essenza di questi linguaggi che ne costuiscono e determinano i presupposti e i risultati.
In questo senso Heidegger ha legato definitivamente le sorti della risposta e quelle della domanda all'interno di quel circolo ermeneutico relativistico che, soprattutto oggi nel postmoderno, ha acquisito una impressionante velocità di autoeliminazione in una vorticosa danza di significanti liberi.
Liberi in quanto "storicamente" completi e compiuti, perlomeno all'interno di quella interpretazione della realtà che assegna solo più al simulacro quella possibilità di autenticità ricercata proprio in partenza da una proposta fenomenologica, ma questo è un altro discorso, l'importante rimane il lavoro compiuto da Heidegger sul cammino del linguaggio che resterà per sempre a segnare la svolta più grande che ha compiuto il pensiero umano nel suo lungo e periglioso cammino verso la completa coscienza e conoscenza non tanto del "mondo" quanto di sè stesso.