(...) il teatro prende dei gesti e li spinge al limite: come la peste, ristabilisce il legame tra ciò che è e ciò che non è, fra la virtualità del possibile e ciò che esiste nella natura materializzata.
Ritrova così il concetto dei simboli e degli archetipi, che agiscono come colpi silenziosi, accordi musicali, brusche interruzioni della circolazione, richiami degli umori, esplosioni fiammeggianti di immagini dentro le nostre menti improvvisamente destate; tutti i conflitti che covano in noi ce li restituisce con le loro forze e dà a queste forze nomi che salutiamo come simboli.
Ed ecco che dinanzi a noi si svolge una battaglia di simboli, lanciati l'uno contro l'altro in un impossibile zuffa; perchè non può esistere teatro se non a partire dal momento in cui comincia veramente l'impossibile e in cui la poesia che si attua sulla scena alimenta e surriscalda simboli realizzati.
Questi simboli, traccia di forze mature ma tenute sino allora in schiavitù, e inutilizzabili nella realtà, esplodono sotto forma di incredibili immagini che danno diritto di cittadinanza e di esistenza ad atti per loro natura ostili alla vita delle società.
Una vera opera teatrale scuote il riposo dei sensi, libera l'inconscio compresso, spinge a una sorta di rivolta virtuale (che del resto conserva tutto il suo valore solo rimanendo virtuale), impone alla collettività radunata un atteggiamento eroico e difficile".
Antonin Artaud
(da "Il teatro)
Ora l'incipit di Artaud mi serve non tanto per porre l'accento sulla natura del teatro quale luogo privilegiato di interazione simbolica quanto per parlare di un grande Autore che più di ogni altro ha utilizzato l'espressione teatrale, sia scritta che rappresentata, per giungere a quelle " tracce di forze mature ma tenute sino allora in schiavitù" di cui sopra e presentarle alla nostra riflessione.
Forze mature che Bataille codificherà in seguito quali "i due principali movimenti che compongono l'Universo: il movimento rotativo ed il movimento sessuale, la cui combinazione è espressa dal motore della locomotiva composto da ruote e pistoni".
Due movimenti che si trasformano l'uno nell'altro reciprocamente. "E' così che l' Universo girando fa accoppiare gli uomini e gli animali e (poichè il risultato è tanto la causa quanto ciò che lo provoca) che gli animali e gli uomini fanno girare l'Universo accoppiandosi."
"E' la combinazione o trasformazione di questi movimenti che gli alchimisti ricercavano sotto il nome di Pietra Filosofale ed è per l'impiego di questa combinazione che la situazione dell'uomo è determinata in mezzo agli elementi".
Ma si tratta di capire ed analizzare profondamente la vera natura di codesti "movimenti", entrambi complessi ed inesorabilmente terribili quanto estatici, e qualcuno l'ha fatto molto bene mettendo la propria vita a disposizione della Verità, come d'altronde dovrebbe sempre fare uno studioso o scienziato serio ma quasi mai fa.
Naturalmente sto parlando del Divin Marchese, cercando di evitare le solite superficialità ed i troppi giudizi affrettati che sempre ci ritroviamo belli pronti non appena tocchiamo il tasto della grandezza di questo pensatore, ed inserendolo a pieno titolo quale cantore ed ermeneuta di quell'enorme "Movimento Sessuale Simultaneo" cosmico che attiva l'Argano Universale in quel grandioso moto circolare che grava su di noi e ci fa esistere in un rapporto micro-macro infinitamente uguale a sè stesso, grande Eterno Ritorno dell'Uguale.
Dopodichè andiamo un po' a sentire cosa ci hanno veramente detto questi egregi signori/e e vediamo se magari i loro discorsi passavano vicini a quel V.I.T.R.I.O.L. alchemico così tanto ambìto dagli alchimisti di tutti i tempi o se ne hanno addirittura costituito la massima estrinsecazione in termini metaforici.
Anche perchè penso che ormai il nostro Divin Marchese si meriti ben più di un riconoscimento, sia sul piano della estrema modernità del suo pensiero sia sugli svariati piani delle anticipazioni ermeneutiche che hanno foraggiato i due secoli successivi nei termini di una sempre più profonda lettura della realtà e delle sue dinamiche intrapersonali.
Dinamiche che il nostro Sade ci ha sempre presentate nude e crude nella loro essenza più totale quanto utile e sfrondata di qualsiasi sovrastruttura, anticipando ovviamente il discorso psicoanalitico ma ben più importante presentandoci le anime come veramente sono al di là di ogni giudizio, e sempre legate alle loro contingenze più che comprensibili.
"Non ve li ho promessi belli ma veri" amava dire dei suoi Libertini, ma parlava dell'umanità in genere e lo faceva in termini universali e costanti, proprio in quei termini cui sempre ci riconduce l'Ermetismo al di là di ogni nostra illusione o speranza più o meno ideologica, e a cui sempre dovrebbe condurci la Filosofia quale suo specifico compito: il coraggio della verità, tutta la Verità!
Quel coraggio che magari non avrà costituito la cifra costante della sua vita reale, peraltro segnata da avvenimenti e disgrazie che forse avrebbe potuto evitare con un po' più di accortezza e prudenza, ma tant'è che molto probabilmente dobbiamo proprio a codeste circostanze la genialità del suo pensiero ed il fatto che abbia avuto l'opportunità di fermarsi per potercelo tramandare.
E vediamo piuttosto qual'è la vera essenza del suo pensiero e della sua riflessione in quanto si tratta di due dimensioni nettamente separate che non sempre si incontrano in una perfetta congruenza, ma anche questo a tutto vantaggio dell'intensità della riflessione stessa che, condotta sempre con estrema onestà, riesce anche a correggere i propri retaggi ideologici nel momento in cui i conti non tornano.
E sono tanti questi momenti nei suoi scritti, così come parecchie sono le tentazioni ideologico-rivoluzionarie a cui deve far fronte, soprattutto con se stesso, via via nel corso della sua intera vita, lui che ci parlava dalla costante universalità dell'eterno ritorno, eco ermetico-parmenidea preannunciante Nietzsche, nello stesso momento in cui incrociava le chimere illuministe dell'89.
Da un lato quindi il pensatore epocale che ci suggerisce il primato di un presunto "vizio" sulla virtù, intendendo per "Vizio" l'atto stesso del pensare quale massima tentazione innaturale che ci condanna a godere sempre e soltanto separandoci dall'oggetto da noi stessi essentizzato, punendolo, anzi, per le sue risposte troppo corrette in termini di essenza aquisita, dall'altro il profondo scrutatore delle verità ultime, per l'appunto "naturali", che appartengono da sempre all' umanità intera, nessuno escluso, che mai vengono pronunciate o condotte fino alle loro estreme conseguenze, sempre parlando del puro ambito della riflessione ovviamente.
Ma qui fare tornare i conti diventa già subito difficile in quanto "naturale" e "innaturale" si scambiano ruoli e favori così frequenti da far perdere ogni possibilità di scelta e di primato ad un pensatore determinista e materialista come il nostro Divino che vorrebbe a tutti i costi assegnare i vizi alla natura ed al pensiero la sola facoltà di assecondarli.
Non è così e senza volerlo proprio lui ce lo dimostra: è il pensiero, e come lo sanno bene da sempre i preti, che per fortuna "crea" il vizio in quanto "Vizio" esso stesso, ben lungi dall'accontentarsi del semplice ruolo di autocoscienza. E lo crea creando la Natura stessa in quanto "Natura" ed obbligandola ad obbedire alle nostre metapulsioni culturali prodotte proprio per il nostro esclusivo ed olistico piacere.
Soprattutto quella concernente le strutture del desiderio, quelle strutture che Bataille, ma anche Klossowski (Sade mon prochain), Lacan, Foucault, Derrida approfondiranno così tanto (grazie a lui), quelle strutture che in misura più o meno omeopatica costituiscono la cosiddetta "normalità" nella sua semplicissima complessità, e mai ossimoro risulterà più efficace per definire l'essenza ermetica della realtà.
Essenza che i suoi personaggi colgono ben più di Sade stesso insegnandola a lui stesso, di volta in volta riottoso e voltagabbana; al Sade che si vorrebbe pagano mentre corteggia il Dio cristiano a tutto spiano, che si vorrebbe satanista mentre insiste nella rappresentazione negativa di Satana, ottima leccornia per palati monoteisti e così via.
Ma non scordiamoci che il padre di tutti questi personaggi è pur sempre lui, e lo stesso dicasi riguardo la sua enorme capacità di introspezione eidetica, virtù che il Papa non ha alcun problema a riconoscere a Juliette proprio nel momento in cui viene dalla stessa zittito con un "Taci scimmione!" e Pio VI "Oh Juliette! Mi avevano detto che eri una donna intelligente ma non credevo che lo fossi a tal punto. Una tale profondità di pensiero è estremamente rara in una donna".
Sade si ricorderà di queste parole (Juliette c'est moi!) e nella Florbelle non ripeterà l'errore. In quest'ultima sede i gironi danteschi ci appariranno finalmente fine a se stessi in una sorta di ontologia della vita che non ci chiede nè ci dimostra più null'altro che sè stessa; nell'apoteosi delle sue classificazioni di torture ermeneutiche e di linguaggi che le producono - che "ci" producono - nella circolarità di un "senso", di un significato, che per darsi esige il suo conto e sempre lo riscuote con il volto della Morte.
Ma ovviamente è sempre del senso della vita che stiamo parlando, e proprio nel momento in cui ci accorgiamo che la domanda è finalmente possibile, anzi lo era sempre stata, ed anche la sua risposta: il senso della vita c'è e siamo noi stessi a spiegarcelo nell'apparente continua produzione di desideri, in realtà ri-producendo in eterno le condizioni del nostro dominio/schiavitù su noi stessi e quindi sulla Natura.
Insomma siamo in presenza di una dimensione eccezionale del pensiero, in un luogo in cui i confini tra Poesia, Arte, Ermetismo e Filosofia diventano estremamente labili fino a scomparire del tutto per lasciare il posto ad una metafisica che interroga se stessa sulla propria essenza e genealogia e rimandando a noi le risposte, Heidegger saprà darci una buona mano un secolo dopo per cavarci d'impaccio.
E qui a nulla valgono gli svariati tentativi analitici del particolare condotti dai suoi vari detrattori, le teorie sul "mostro", lo scrittore "estremo" e via dicendo, proprio perchè qui è di metafisica che si tratta e più precisamente della struttura di quella "Contrada" dell'Essere "nella" quale e "dalla" quale tutti noi siamo "gettati" nel Senso, sempre partendo dalle determinazioni più reali e sempre contribuendo a ricostituirle nell'ambito di quelle possibilità linguistiche per nulla casuali all'interno delle quali gestiamo quel rapporto natura-cultura che fortunatamente non risolveremo mai.
Concludendo potremo quindi tranquillamente affermare che se è vero che un eccesso di cristianesimo ha prodotto il primo Sade, quello più marcatamente e ingenuamente rivoluzionario del "Suvvia francesi ancora uno sforzo", è anche vero che la più sana e genuina paganità, fortunatamente mai del tutto debellata in questo occidente colonizzato dalla croce, ha trovato in lui il suo più alto punto di sbocco e di sintesi finalmente al di fuori del linguaggio metaforico tipico delle culture classiche, regalandoci così in un colpo solo un'ottima lente attraverso la quale leggere noi stessi e la realtà e fornendoci la più esaustiva trattazione più o meno conscia della Verità del Pentacolo in chiave universalistico-ermeneutica, l'unica che ne può esperire il senso al di là di ogni folklore e superfetazione di comodo.
Sade ha saputo parlare alle donne raccontando loro per filo e per segno la realtà del desiderio maschile e la sua struttura: desiderio di possessione totale e disintegrante della donna che si colloca perfettamente a fianco del più puro anelito romantico nei suoi confronti, lo compensa e lo giustifica, anche qui le due punte del Pentacolo; le donne lo hanno capito benissimo, così come i suoi "amici" Libertini "svelati, ma non tutte/i l'hanno gradito, e gliel'hanno fatta pagare cara. 30 anni di prigione e non è ancora finita a quanto pare.
La grandezza di Sade non consiste quindi soltanto in quel " Dissoluti di ogni età e sesso, dedico a voi soli questa mia opera..." che pure diventa sublime in quel " tutti i ridicoli precetti che genitori imbecilli vi hanno inculcato! ", bensì in quella ipotesi di vero capovolgimento ontologico universale determinato a partire dalla vera struttura del desiderio e non dalle idee (regole) che una società elabora con l'illusione della propria salvaguardia.
E capovolgimento ontologico vuol dire cambio di segno per prima cosa nel giudizio, diciamo come fase immediata, ma subito dopo, e di conseguenza, cambio del valore stesso, nonchè del senso, delle "cose" da giudicare.
E qui bisogna vedere se la cosa conviene e a chi.
Sade, quasi senza accorgesene, si spinge molto in avanti in questo senso, forza parecchio, soprattutto quando si spinge in quelle zone del desiderio che attengono la pulsione di Morte.
E' qui che Sade si libera del bisogno sempliciotto di "maggiore libertà" per inoltrarsi sempre più all'interno della vera questione che sottende tutta la sessualità, soprattutto nel suo aspetto più estremo che è poi quello di cui stiamo parlando qui.
La questione del delitto e la sua estetica.
In seguito anche Jean Genet, come il film "Il silenzio degli innocenti", tanto per citarne un paio, affronteranno questa questione.
Solo che Sade, da quel materialista determinista che è, mina le fondamenta stesse di tale estetica riconducendone le basi culturali a semplici pulsioni "naturali".
Pulsioni che proprio in quanto naturali andrebbero lasciate libere di scorrere a piacimento e soddisfazione dei forti, ecc.ecc., conosciamo benissimo la manfrina per cui...
Ed è proprio qui che il sistema di Sade entra in contraddizione con sè stesso, creando da un lato i presupposti per un nuovo ordine naturale fondato su una nuova armonia, autogenerata dalla normale lotta per la vita, proprio per nulla emozionante, e dall'altro anelando quella cosmogonia infernale, affascinante ed emozionante, che solo il mantenimento della situazione attuale, dei suoi valori e delle sue idee, potrebbe garantirgli.
Sade era un tardo illuminista che preparava l'avvento del Romanticismo anticipandone gli esiti e analizzandone i presupposti, ma occorreva troppa grandezza interiore per apprezzare verità del genere, troppa poesia, e si sa che trattasi di merce rara; meglio la menzogna del più spudorato e falso- rassicurante discorso d'amore, molto più gestibile ed immediatamente redditizio.
Ci rimangono le sue opere, però, e quelle continueranno a gridarci la loro verità ci piaccia o meno, poichè "Siamo disposti o no ad ammetterlo noi siamo piante che debbono crescere radicate nella terra se vogliono fiorire nell'etere e dare i loro frutti" ci ricordava Johann P. Hebel, grazie a Donatien Alphonse Françoise Marchese De Sade noi oggi sappiamo meglio quale senso dare a questa frase.
In questo senso tutti gli dobbiamo qualcosa.
Ritrova così il concetto dei simboli e degli archetipi, che agiscono come colpi silenziosi, accordi musicali, brusche interruzioni della circolazione, richiami degli umori, esplosioni fiammeggianti di immagini dentro le nostre menti improvvisamente destate; tutti i conflitti che covano in noi ce li restituisce con le loro forze e dà a queste forze nomi che salutiamo come simboli.
Ed ecco che dinanzi a noi si svolge una battaglia di simboli, lanciati l'uno contro l'altro in un impossibile zuffa; perchè non può esistere teatro se non a partire dal momento in cui comincia veramente l'impossibile e in cui la poesia che si attua sulla scena alimenta e surriscalda simboli realizzati.
Questi simboli, traccia di forze mature ma tenute sino allora in schiavitù, e inutilizzabili nella realtà, esplodono sotto forma di incredibili immagini che danno diritto di cittadinanza e di esistenza ad atti per loro natura ostili alla vita delle società.
Una vera opera teatrale scuote il riposo dei sensi, libera l'inconscio compresso, spinge a una sorta di rivolta virtuale (che del resto conserva tutto il suo valore solo rimanendo virtuale), impone alla collettività radunata un atteggiamento eroico e difficile".
Antonin Artaud
(da "Il teatro)
Ora l'incipit di Artaud mi serve non tanto per porre l'accento sulla natura del teatro quale luogo privilegiato di interazione simbolica quanto per parlare di un grande Autore che più di ogni altro ha utilizzato l'espressione teatrale, sia scritta che rappresentata, per giungere a quelle " tracce di forze mature ma tenute sino allora in schiavitù" di cui sopra e presentarle alla nostra riflessione.
Forze mature che Bataille codificherà in seguito quali "i due principali movimenti che compongono l'Universo: il movimento rotativo ed il movimento sessuale, la cui combinazione è espressa dal motore della locomotiva composto da ruote e pistoni".
Due movimenti che si trasformano l'uno nell'altro reciprocamente. "E' così che l' Universo girando fa accoppiare gli uomini e gli animali e (poichè il risultato è tanto la causa quanto ciò che lo provoca) che gli animali e gli uomini fanno girare l'Universo accoppiandosi."
"E' la combinazione o trasformazione di questi movimenti che gli alchimisti ricercavano sotto il nome di Pietra Filosofale ed è per l'impiego di questa combinazione che la situazione dell'uomo è determinata in mezzo agli elementi".
Ma si tratta di capire ed analizzare profondamente la vera natura di codesti "movimenti", entrambi complessi ed inesorabilmente terribili quanto estatici, e qualcuno l'ha fatto molto bene mettendo la propria vita a disposizione della Verità, come d'altronde dovrebbe sempre fare uno studioso o scienziato serio ma quasi mai fa.
Naturalmente sto parlando del Divin Marchese, cercando di evitare le solite superficialità ed i troppi giudizi affrettati che sempre ci ritroviamo belli pronti non appena tocchiamo il tasto della grandezza di questo pensatore, ed inserendolo a pieno titolo quale cantore ed ermeneuta di quell'enorme "Movimento Sessuale Simultaneo" cosmico che attiva l'Argano Universale in quel grandioso moto circolare che grava su di noi e ci fa esistere in un rapporto micro-macro infinitamente uguale a sè stesso, grande Eterno Ritorno dell'Uguale.
Dopodichè andiamo un po' a sentire cosa ci hanno veramente detto questi egregi signori/e e vediamo se magari i loro discorsi passavano vicini a quel V.I.T.R.I.O.L. alchemico così tanto ambìto dagli alchimisti di tutti i tempi o se ne hanno addirittura costituito la massima estrinsecazione in termini metaforici.
Anche perchè penso che ormai il nostro Divin Marchese si meriti ben più di un riconoscimento, sia sul piano della estrema modernità del suo pensiero sia sugli svariati piani delle anticipazioni ermeneutiche che hanno foraggiato i due secoli successivi nei termini di una sempre più profonda lettura della realtà e delle sue dinamiche intrapersonali.
Dinamiche che il nostro Sade ci ha sempre presentate nude e crude nella loro essenza più totale quanto utile e sfrondata di qualsiasi sovrastruttura, anticipando ovviamente il discorso psicoanalitico ma ben più importante presentandoci le anime come veramente sono al di là di ogni giudizio, e sempre legate alle loro contingenze più che comprensibili.
"Non ve li ho promessi belli ma veri" amava dire dei suoi Libertini, ma parlava dell'umanità in genere e lo faceva in termini universali e costanti, proprio in quei termini cui sempre ci riconduce l'Ermetismo al di là di ogni nostra illusione o speranza più o meno ideologica, e a cui sempre dovrebbe condurci la Filosofia quale suo specifico compito: il coraggio della verità, tutta la Verità!
Quel coraggio che magari non avrà costituito la cifra costante della sua vita reale, peraltro segnata da avvenimenti e disgrazie che forse avrebbe potuto evitare con un po' più di accortezza e prudenza, ma tant'è che molto probabilmente dobbiamo proprio a codeste circostanze la genialità del suo pensiero ed il fatto che abbia avuto l'opportunità di fermarsi per potercelo tramandare.
E vediamo piuttosto qual'è la vera essenza del suo pensiero e della sua riflessione in quanto si tratta di due dimensioni nettamente separate che non sempre si incontrano in una perfetta congruenza, ma anche questo a tutto vantaggio dell'intensità della riflessione stessa che, condotta sempre con estrema onestà, riesce anche a correggere i propri retaggi ideologici nel momento in cui i conti non tornano.
E sono tanti questi momenti nei suoi scritti, così come parecchie sono le tentazioni ideologico-rivoluzionarie a cui deve far fronte, soprattutto con se stesso, via via nel corso della sua intera vita, lui che ci parlava dalla costante universalità dell'eterno ritorno, eco ermetico-parmenidea preannunciante Nietzsche, nello stesso momento in cui incrociava le chimere illuministe dell'89.
Da un lato quindi il pensatore epocale che ci suggerisce il primato di un presunto "vizio" sulla virtù, intendendo per "Vizio" l'atto stesso del pensare quale massima tentazione innaturale che ci condanna a godere sempre e soltanto separandoci dall'oggetto da noi stessi essentizzato, punendolo, anzi, per le sue risposte troppo corrette in termini di essenza aquisita, dall'altro il profondo scrutatore delle verità ultime, per l'appunto "naturali", che appartengono da sempre all' umanità intera, nessuno escluso, che mai vengono pronunciate o condotte fino alle loro estreme conseguenze, sempre parlando del puro ambito della riflessione ovviamente.
Ma qui fare tornare i conti diventa già subito difficile in quanto "naturale" e "innaturale" si scambiano ruoli e favori così frequenti da far perdere ogni possibilità di scelta e di primato ad un pensatore determinista e materialista come il nostro Divino che vorrebbe a tutti i costi assegnare i vizi alla natura ed al pensiero la sola facoltà di assecondarli.
Non è così e senza volerlo proprio lui ce lo dimostra: è il pensiero, e come lo sanno bene da sempre i preti, che per fortuna "crea" il vizio in quanto "Vizio" esso stesso, ben lungi dall'accontentarsi del semplice ruolo di autocoscienza. E lo crea creando la Natura stessa in quanto "Natura" ed obbligandola ad obbedire alle nostre metapulsioni culturali prodotte proprio per il nostro esclusivo ed olistico piacere.
Soprattutto quella concernente le strutture del desiderio, quelle strutture che Bataille, ma anche Klossowski (Sade mon prochain), Lacan, Foucault, Derrida approfondiranno così tanto (grazie a lui), quelle strutture che in misura più o meno omeopatica costituiscono la cosiddetta "normalità" nella sua semplicissima complessità, e mai ossimoro risulterà più efficace per definire l'essenza ermetica della realtà.
Essenza che i suoi personaggi colgono ben più di Sade stesso insegnandola a lui stesso, di volta in volta riottoso e voltagabbana; al Sade che si vorrebbe pagano mentre corteggia il Dio cristiano a tutto spiano, che si vorrebbe satanista mentre insiste nella rappresentazione negativa di Satana, ottima leccornia per palati monoteisti e così via.
Ma non scordiamoci che il padre di tutti questi personaggi è pur sempre lui, e lo stesso dicasi riguardo la sua enorme capacità di introspezione eidetica, virtù che il Papa non ha alcun problema a riconoscere a Juliette proprio nel momento in cui viene dalla stessa zittito con un "Taci scimmione!" e Pio VI "Oh Juliette! Mi avevano detto che eri una donna intelligente ma non credevo che lo fossi a tal punto. Una tale profondità di pensiero è estremamente rara in una donna".
Sade si ricorderà di queste parole (Juliette c'est moi!) e nella Florbelle non ripeterà l'errore. In quest'ultima sede i gironi danteschi ci appariranno finalmente fine a se stessi in una sorta di ontologia della vita che non ci chiede nè ci dimostra più null'altro che sè stessa; nell'apoteosi delle sue classificazioni di torture ermeneutiche e di linguaggi che le producono - che "ci" producono - nella circolarità di un "senso", di un significato, che per darsi esige il suo conto e sempre lo riscuote con il volto della Morte.
Ma ovviamente è sempre del senso della vita che stiamo parlando, e proprio nel momento in cui ci accorgiamo che la domanda è finalmente possibile, anzi lo era sempre stata, ed anche la sua risposta: il senso della vita c'è e siamo noi stessi a spiegarcelo nell'apparente continua produzione di desideri, in realtà ri-producendo in eterno le condizioni del nostro dominio/schiavitù su noi stessi e quindi sulla Natura.
Insomma siamo in presenza di una dimensione eccezionale del pensiero, in un luogo in cui i confini tra Poesia, Arte, Ermetismo e Filosofia diventano estremamente labili fino a scomparire del tutto per lasciare il posto ad una metafisica che interroga se stessa sulla propria essenza e genealogia e rimandando a noi le risposte, Heidegger saprà darci una buona mano un secolo dopo per cavarci d'impaccio.
E qui a nulla valgono gli svariati tentativi analitici del particolare condotti dai suoi vari detrattori, le teorie sul "mostro", lo scrittore "estremo" e via dicendo, proprio perchè qui è di metafisica che si tratta e più precisamente della struttura di quella "Contrada" dell'Essere "nella" quale e "dalla" quale tutti noi siamo "gettati" nel Senso, sempre partendo dalle determinazioni più reali e sempre contribuendo a ricostituirle nell'ambito di quelle possibilità linguistiche per nulla casuali all'interno delle quali gestiamo quel rapporto natura-cultura che fortunatamente non risolveremo mai.
Concludendo potremo quindi tranquillamente affermare che se è vero che un eccesso di cristianesimo ha prodotto il primo Sade, quello più marcatamente e ingenuamente rivoluzionario del "Suvvia francesi ancora uno sforzo", è anche vero che la più sana e genuina paganità, fortunatamente mai del tutto debellata in questo occidente colonizzato dalla croce, ha trovato in lui il suo più alto punto di sbocco e di sintesi finalmente al di fuori del linguaggio metaforico tipico delle culture classiche, regalandoci così in un colpo solo un'ottima lente attraverso la quale leggere noi stessi e la realtà e fornendoci la più esaustiva trattazione più o meno conscia della Verità del Pentacolo in chiave universalistico-ermeneutica, l'unica che ne può esperire il senso al di là di ogni folklore e superfetazione di comodo.
Sade ha saputo parlare alle donne raccontando loro per filo e per segno la realtà del desiderio maschile e la sua struttura: desiderio di possessione totale e disintegrante della donna che si colloca perfettamente a fianco del più puro anelito romantico nei suoi confronti, lo compensa e lo giustifica, anche qui le due punte del Pentacolo; le donne lo hanno capito benissimo, così come i suoi "amici" Libertini "svelati, ma non tutte/i l'hanno gradito, e gliel'hanno fatta pagare cara. 30 anni di prigione e non è ancora finita a quanto pare.
La grandezza di Sade non consiste quindi soltanto in quel " Dissoluti di ogni età e sesso, dedico a voi soli questa mia opera..." che pure diventa sublime in quel " tutti i ridicoli precetti che genitori imbecilli vi hanno inculcato! ", bensì in quella ipotesi di vero capovolgimento ontologico universale determinato a partire dalla vera struttura del desiderio e non dalle idee (regole) che una società elabora con l'illusione della propria salvaguardia.
E capovolgimento ontologico vuol dire cambio di segno per prima cosa nel giudizio, diciamo come fase immediata, ma subito dopo, e di conseguenza, cambio del valore stesso, nonchè del senso, delle "cose" da giudicare.
E qui bisogna vedere se la cosa conviene e a chi.
Sade, quasi senza accorgesene, si spinge molto in avanti in questo senso, forza parecchio, soprattutto quando si spinge in quelle zone del desiderio che attengono la pulsione di Morte.
E' qui che Sade si libera del bisogno sempliciotto di "maggiore libertà" per inoltrarsi sempre più all'interno della vera questione che sottende tutta la sessualità, soprattutto nel suo aspetto più estremo che è poi quello di cui stiamo parlando qui.
La questione del delitto e la sua estetica.
In seguito anche Jean Genet, come il film "Il silenzio degli innocenti", tanto per citarne un paio, affronteranno questa questione.
Solo che Sade, da quel materialista determinista che è, mina le fondamenta stesse di tale estetica riconducendone le basi culturali a semplici pulsioni "naturali".
Pulsioni che proprio in quanto naturali andrebbero lasciate libere di scorrere a piacimento e soddisfazione dei forti, ecc.ecc., conosciamo benissimo la manfrina per cui...
Ed è proprio qui che il sistema di Sade entra in contraddizione con sè stesso, creando da un lato i presupposti per un nuovo ordine naturale fondato su una nuova armonia, autogenerata dalla normale lotta per la vita, proprio per nulla emozionante, e dall'altro anelando quella cosmogonia infernale, affascinante ed emozionante, che solo il mantenimento della situazione attuale, dei suoi valori e delle sue idee, potrebbe garantirgli.
Sade era un tardo illuminista che preparava l'avvento del Romanticismo anticipandone gli esiti e analizzandone i presupposti, ma occorreva troppa grandezza interiore per apprezzare verità del genere, troppa poesia, e si sa che trattasi di merce rara; meglio la menzogna del più spudorato e falso- rassicurante discorso d'amore, molto più gestibile ed immediatamente redditizio.
Ci rimangono le sue opere, però, e quelle continueranno a gridarci la loro verità ci piaccia o meno, poichè "Siamo disposti o no ad ammetterlo noi siamo piante che debbono crescere radicate nella terra se vogliono fiorire nell'etere e dare i loro frutti" ci ricordava Johann P. Hebel, grazie a Donatien Alphonse Françoise Marchese De Sade noi oggi sappiamo meglio quale senso dare a questa frase.
In questo senso tutti gli dobbiamo qualcosa.
